Ricordo di Gaetano Pilati – Di Massimo Tarassi

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Gaetano Pilati si può definire un vero socialista riformista, un uomo che ha saputo unire la sua azione politica alle sue capacità di imprenditore e anche di inventore.
Nasce in un podere della Croara, frazione di San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna il 29 agosto 1881. Frequenta la scuola fino alla terza elementare, ma legge di tutto con passione e scopre in particolare i manuali Hoepli, che gli servono soprattutto per certe nozioni tecniche.
Gaetano è un contadino, ma quello che studia sui manuali cerca di metterlo in pratica ideando e sperimentando nuovi arnesi per i campi, come un sistema più funzionale per l’impianto frenante dei carri agricoli o la semplificazione degli organi dei telai per la tessitura.
Pilati rimane alla Croara fino al marzo 1902, quando inizia il suo servizio di leva, come bersagliere, a Roma, fino al settembre 1903. Anche in divisa si fa onore come tiratore scelto e conseguendo i galloni di caporale prima e di caporal maggiore poi.
Tornato alla Croara incontra Amedea, la futura moglie con la quale tenta l’avventura fiorentina nel 1907. Amedea trova subito un posto di stiratrice nella stireria Gori di via Fra Giovanni Angelico e Gaetano diventa manovale nella ditta Giuseppe Doni e fratelli che sta costruendo il cosiddetto Palazzo della Cavalleria, l’attuale caserma dei Carabinieri sul Lungarno Pecori Giraldi.
Ma un uomo come lui, dotato di una grande inventiva non può limitarsi al ruolo di manovale. Nella ditta fa, all’occorrenza, il falegname e il fabbro, ma soprattutto comincia a dare consigli ai titolari su come migliorare le tecniche del lavoro edile, tanto che nel 1910, terminati i lavori del Palazzo della Cavalleria, si licenzia e si mette in proprio e crea l’impresa Gaetano Pilati. Nel frattempo, nel 1908 ha sposato Amedea e nel 1909 è nato l’unico figlio della coppia, Bruno.
Il 1910 è inoltre un anno cruciale per lui anche per altri motivi: crea la sua impresa e in quell’anno si iscrive anche al Partito Socialista, sezione Edmondo De Amicis, e si fa socio dell’Andrea Del Sarto.
Vediamo quindi quello che dicevo all’inizio: la sua passione politica si sposa con la sua attività lavorativa, tesa a migliorare, con le sue invenzioni, la qualità del lavoro. È in questo periodo che inventa il tavellone di cemento armato, prefabbricato. E’ la prima di altre numerose trovate per l’edilizia, cui verranno attribuiti riconoscimenti e premi qualificati in esposizioni nazionali e internazionali.
Dal 1913, per nove anni, fino al 1922, anno della “conquista” fascista della sede, Pilati è presidente dell’Andrea Del Sarto e la sua presidenza si caratterizza subito per l’intensa opera di mutuo soccorso e di solidarietà di classe nei confronti dei lavoratori del quartiere San Salvi Madonnone. Risana il bilancio dell’SMS e la finanzia personalmente in modo cospicuo, tanto che nel luglio 1921 mentre il fascismo dilaga, risulta avere un credito di 63.00 lire verso la SMS. Nel dopoguerra si fa promotore di varie iniziative culturali, concerti, commedie e drammi, che coinvolgono anche le altre due più importanti SMS di Firenze, l’unione Operaia del Pignone e Rifredi. Non può mancare poi una biblioteca, dove si tengono iniziative di divulgazione del pensiero scientifico, con la partecipazione di studiosi di fama internazionale come Gaetano Pieraccini, futuro sindaco della Liberazione di Firenze. Non mancano iniziative di carattere ricreativo: ballo, pista di pattinaggio, biliardo, giochi di carte. L’Andrea del Sarto è un vero e proprio polo di attrazione del quartiere, un polo non settario ma di classe, aperto a tutte le tendenze di pensiero del proletariato.
Facciamo un passo indietro: con lo scoppio della prima guerra mondiale Pilati e i suoi fratelli vengono richiamati al fronte e devono abbandonare la loro impresa edile. Gaetano, che va al fronte con il grado di sergente, poco fiducioso degli strumenti bellici forniti dall’esercito, si premunisce fabbricandosi una speciale corazza a scaglie mobili da indossare sotto la divisa. Le poche lettere dal fronte rimaste hanno toni cupi e non mostrano entusiasmo per la guerra, ma molta concretezza e spirito pratico, con una costante attenzione alla gestione delle risorse familiari e all’educazione del figlio.
Nonostante ciò, negli anni passati in trincea sulla Bainsizza e durante gli assalti si distingue per coraggio e inventiva, tanto da essere promosso sul campo aiutante di battaglia per la conquista di una trincea nemica, viene premiato con un distintivo per “militari arditi” e gli viene conferita nel 1918 una medaglia d’argento al valor militare.
Nel giugno 1917, per lo scoppio di una granata nemica, perde l’avambraccio sinistro ma non la vita, probabilmente grazie alla sua corazza. Ricoverato all’Istituto Rizzoli di Bologna apprende tecniche per la costruzione di protesi e per il reinserimento sociale degli invalidi e così anche in questo frangente si mette a inventare e brevettare arti artificiali e protesi meccaniche di vario tipo che saranno anche premiati in concorsi nazionali.
Tornato dal fronte, Pilati rilancia l’impresa familiare e, come prima del conflitto, continua a combinare l’impegno professionale con la militanza politica, che intensifica notevolmente tra il 1919 e il 1920.
Socialista massimalista, mutilato ed eroe di guerra, Pilati diviene uno dei principali protagonisti del movimento degli ex combattenti e si pone contro la mistificazione della mitologia reducista sostenuta dalle componenti interventiste, nazionaliste e fasciste, che miravano al controllo del combattentismo e delle sue associazioni. Dirigente locale e nazionale della Lega proletaria mutilati invalidi reduci orfani e vedove di guerra (LP mirov), costituita nell’autunno 1918, al primo congresso di questa associazione viene eletto segretario organizzativo delle 510 sezioni e degli oltre 200.000 iscritti. Nel violento dopoguerra, Pilati emerge come una figura che poteva competere con i mutilati di orientamento antisocialista, a cominciare dal fiorentino Carlo Delcroix, come testimoniano i suoi articoli pubblicati su Spartacus, organo della Lega.
Nell’estate del 1919 è l’organizzatore dei moti contro il caroviveri, il cosiddetto Bocci-Bocci, tanto da fare dell’Andrea del Sarto un luogo di raccolta e distribuzione a prezzi controllati delle merci requisite e poi rimborsate ai commercianti con prezzi equi. Sempre nel 1919 viene eletto deputato nelle prime elezioni a suffragio universale maschile ed è il terzo nelle preferenze ai socialisti per la circoscrizione di Firenze Pistoia. Alle Camera diviene membro della Commissione permanente esercito e marina e di quella per le pensioni di guerra. Tra i suoi interventi parlamentari viene ricordato in particolare quello dell’8 luglio 1920 sui provvedimenti a favore delle vittime di guerra.
Con le elezioni amministrative del novembre 1920 è eletto anche nel consiglio comunale di Firenze. Anche in questo consesso si distingue per un intervento del 21 giugno 1921, quando in occasione del “commosso saluto” rivolto dal blocco della maggioranza alle salme dei caduti in guerra, che in quei giorni venivano traslate a Firenze, il mutilato Pilati riesce a far inserire all’ordine del giorno un altrettanto commosso saluto al bambino annegato nell’Arno nel vano tentativo di salvare un amico, il cui eroismo, dichiarò Pilati, “eguaglia se non supera “quello dei caduti sui campi di battaglia.
Ma il 1921 è un anno cruciale per le sorti del socialismo italiano, che subisce un primo grande scossone con la scissione comunista al congresso di Livorno del 1921. Pilati si schiera con i massimalisti unitari, cercando di garantire l’unità della LP mirov a guida socialista. È un tentativo che fallisce e qualche mese dopo le elezioni politiche di maggio, quando non viene rieletto alla Camera, al terzo congresso della Lega si dimette dalla direzione.
È il periodo più duro per il socialismo fiorentino e toscano, vittima delle aggressioni fasciste che cominciano a mietere vittime tra i loro avversari (nel febbraio 1921 viene ucciso il sindacalista comunista Spartaco Lavagnini). Proprio in questa difficile fase Pilati viene nominato segretario provinciale del Partito e in tale veste gestisce nell’estate 1921 trattative per il cosiddetto patto di pacificazione tra socialisti e fascisti, abortito peraltro quasi subito.
Paradossalmente o quasi, in questi primi anni Venti del Novecento fioriscono invece le fortune dell’imprenditore edile Gaetano Pilati. La sua ditta, conosciuta per il celebre “solaio Pilati”, e l’immissione sul mercato di nuovi tipi di lastre per i tetti, per i vespai isolanti, per i blocchi forati per le pareti, costruisce vari rioni con edifici popolari dotati di soluzioni antisismiche e antincendio all’avanguardia. La Società italiana brevetti edilizi Pilati (SIBEP), vincitrice di medaglie d’oro a concorsi ed esposizioni industriali, nel 1924 poteva vantare numerosi brevetti e una robusta rete con sette concessionari, che copriva l’Italia centrale e buona parte del Regno.
Nell’anno dell’omicidio Matteotti, la SIBEP offriva lavoro e copertura a numerosi antifascisti.
Ma siamo ormai all’atto conclusivo del riaffermarsi del potere del regime fascista. Dopo l’assassinio di Matteotti riprendono le violenze fasciste che porteranno, tra l’altro, il 31 dicembre 1924 alla devastazione del Circolo di Cultura fondato dai fratelli Rosselli, da Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi. Proprio attraverso Ernesto Rossi Gaetano Pilati entra in contatto con questi intellettuali che, subito dopo la chiusura del Circolo di cultura, avevano dato vita alla rivista clandestina Non mollare, di cui Pilati diviene il principale diffusore, garantendone l’affissione sui muri e la distribuzione tra gli operai del territorio fiorentino, arrivando a distribuirne personalmente fino a 1500 copie. Anche per questa sua attività Pilati diverrà uno dei principali obiettivi della notte di San Bartolomeo.
Il 20 settembre 1925 è una data cruciale per l’antifascismo fiorentino: in quel giorno il Non mollare pubblica una lettera di Cesare Rossi (quello del memoriale sull’uccisione di Matteotti) a Mussolini che chiama il capo del fascismo a correo per tutta una serie di aggressioni compiute dalle squadracce nei mesi precedenti, a cominciare a quella al deputato liberale Giovanni Amendola. I fascisti reagiscono rabbiosamente: il 25 settembre la federazione fascista dà il segnale per una nuova ondata di violenze.
La sera del 3 ottobre una squadraccia nera si presenta in casa del democratico massone Bandinelli, che si rifiuta di farsi portare nella casa del fascio. Ne nasce una colluttazione e nel buio ad un tratto piombato nella stanza i fascisti si mettono a sparare e cade ucciso uno di loro, lo squadrista Giovanni Luporini. Della morte di Luporini viene incolpato senza alcuna prova un amico e vicino di casa del Bandinelli, il ferroviere repubblicano Giovanni Becciolini, che si era affacciato alla porta di casa per vedere cosa era successo all’amico. Mentre il Bandinelli riesce a fuggire e a salvarsi, il Becciolini viene preso a bastonate e poi crivellato di rivolverate davanti al muro delle Fonticine in via Nazionale.
Ma la morte di Becciolini non basta. Nella notte del 3 ottobre, che sarà ricordata appunto come la notte di San Bartolomeo, i fascisti assaltano la casa dei fratelli Rosselli e quelle di tutti i principali dirigenti socialisti, tra cui Attilio Mariotti e Gaetano Pieraccini, che però miracolosamente si salvano. Nelle proprie abitazioni vengono trovati invece Gustavo Console e Gaetano Pilati. Gustavo Console viene trucidato e Gaetano Pilati ferito a morte, entrambi in modo particolarmente efferato, di fronte alle loro mogli e ai figli che chiedono invano pietà. Pilati morirà in ospedale il 7 ottobre, dopo giorni di agonia e dopo aver dichiarato ad un brigadiere – secondo la testimonianza della moglie Amedea – “gli austriaci mi mutilarono, gli italiani mi hanno ucciso”.
Il processo agli assassini di Console e Pilati si terrà, come era già accaduto per il processo Matteotti, a Chieti nel 1927. Sfidando le minacce la vedova riconobbe e additò i sicari, che però vennero assolti.  Nel 1952 la Corte d’Assise di Macerata avrebbe individuato sette persone coinvolte nell’omicidio, ma non gli autori del delitto. Per quella testimonianza nel 1993 Amedea ha ricevuto la medaglia d’oro al valor civile alla memoria.

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