IDEE E PROPOSTE PER L’EMERGENZA – 2

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Interventi

  •  “Emergenza e mercati finanziari” di Roberto Boschi
  • “Musei minori: emergenza e futuro” di Cristina Acidini
  • “Resurrezione laica” di Lucia Battaglia
  • “La quarantena vista da Parigi” di Matteo Boldrini
  • “Il fallimento del sito Inps non è tecnico” di Michele Morrocchi
  • “Superare lo spontaneismo informatico” di Renato Marcon

 

Emergenza e mercati finanziari

Di Roberto Boschi (nella foto)

In questo immenso tzunami che ci è piovuto fra capo e collo, la rilevantissima mole di interventi fiscali e monetari messa in campo immediatamente da quasi tutti gli Stati e tutte Banche Centrali del pianeta, sembra, al momento, essere riuscita a contenere la completa devastazione.

Arrivati quasi alla fine dell’emergenza sanitaria, il dibattito si concentra su cosa fare per la Fase Due, la riapertura economica, che si annuncia difficilissima e ancora molto incerta nella durata.

Le proposte in campo sono condizionate dalla “potenza di fuoco” che può essere dispiegata, da ora in poi, da ogni Stato in tutta sicurezza, senza cioè trovarsi a dover alzare fortemente fino alla insostenibilità, i tassi di interesse, per convincere i Mercati a finanziare le emissioni di debito pubblico.

In questa prossima fase, i Mercati, chiamati a sottoscrivere i titoli che verranno emessi, torneranno così a valutare la situazione macro economica di ciascun Paese, nei suoi due aspetti cruciali: le potenzialità di crescita del PIL e la solidità patrimoniale.

Il primo punto, la crescita, dipende dalla peculiare struttura produttiva di ogni Stato e, alla luce di questo, da quanto sostegno sarà fornito dalle politiche monetarie e fiscali. In questi giorni stanno uscendo molti qualificati studi su questo punto ai quali i mercati guardano (ed ai cui aggiornamenti guarderanno) molto attentamente.

Sul secondo punto, la solidità patrimoniale, si nota una minore produzione di analisi ed i mercati sembrano affidarsi quasi completamente alle valutazioni delle società di rating. Su questo aspetto, forse, conviene porre uno sguardo più attento.

La solidità finanziaria di uno Stato

Per valutare la solidità patrimoniale di uno Stato, oltre al noto e costantemente monitorato rapporto Debito/PIL, si prende in considerazione anche un parametro meno noto al grande pubblico: la Posizione patrimoniale netta sull’estero.

Utilizzando questo parametro si possono identificare tre diversi gruppi di Paesi uniti da caratteristiche comuni più un Paese speciale che è inclassificabile. Mi riferisco agli USA che godono dell’enorme privilegio di emettere, tramite la FED, la Valuta di Riserva e di Scambio mondiale per cui, almeno per ora, possono fare ciò che vogliono: nessuno gliene chiede conto, tanto meno i mercati che continuano a compare Treasury senza chiedere tassi impossibili, a prescindere dalla mole del Debito/PIL e dalla Posizione patrimoniale sull’estero. Almeno per ora è così. Tutti gli altri Stati hanno, viceversa, delle condizionalità di cui debbono tenere conto, perché, altrimenti, i mercati li punirebbero tanto che, alla fine, quelli “messi peggio” potrebbero non avere più credito e sarebbero costretti a dichiarare default.

Nel Primo gruppo, quello dei “Porti Sicuri” credo vadano di diritto collocati gli Stati che si trovano nella felice situazione di non dover dipendere dai risparmi esteri.

Com’è noto, questa situazione, in punto tecnico, si verifica quando Posizione patrimoniale netta sull’estero è positiva. Questi paesi possono emettere debito pubblico senza problemi perché i Mercati cercano carta sicura. Questo Gruppo è, a sua volta, suddivisibile in due sottogruppi a seconda che gli Stati che ne fanno parte abbiano (B) o meno (A) una propria valuta ed una propria Banca Centrale.

Nella nostra Euro Area si trovano in questa felice situazione (in ordine decrescente di % di Attivo Estero su PIL) Olanda 89,2%; Germania 71,2%; Malta 62,7%; Lussemburgo 50,9%; Belgio 47,2%; Austria 9,6%; Finlandia 1,7%. Fra i “Porti Sicuri” ci sono, ovviamente, anche quei Paesi che oltre a soddisfare questa condizione, sono dotati di una propria valuta e possono quindi contare sul ruolo di “Lender of the last resort” della propria Banca Centrale: qualora il Mercato non comprasse tutta la Carta emessa dallo Stato per finanziare il debito al tasso minimo possibile, ci penserebbe la Banca Centrale a completare l’opera. Questo è quello che succede in Giappone da più di 7 anni, ma in Est Asia vari Paesi si trovano in questa situazione Korea, Taiwan, Thailandia, Singapore e, ovviamente, Cina. Vicino a noi, a questo gruppo di super sicuri possiamo ascrivere la Svizzera, la Danimarca, la Svezia, la Norvegia, ma non la Gran Bretagna. Il Regno Unito, infatti, appartiene al gruppo che ha una Posizione finanziaria netta sull’estero negativa. Si trovano in questa situazione quasi tutti i Paesi dell’America Latina, ma anche l’India, il Sud Africa e, vicino a noi, la Turchia. Sicuramente la Carta Inglese non è in questa situazione e gode ancora di una ottima reputazione, ma si fa veloce a peggiorare durante una recessione!

Il Terzo Gruppo è rappresentato dai Paesi non dotati di una propria valuta e con Posizione Finanziaria Netta sull’Estero Negativa. Di fatto sono gli altri Paesi dell’Euro Area non compresi nel primo gruppo. Questa è la classifica (in ordine decrescente di debito netto sull’estero/PIL): Irlanda -172,0%; Grecia -150,6%; Cipro -116,0%; Portogallo -100,8%; Spagna -74,0%; Slovacchia -65,5%; Lituania -23,7%; Francia -23,3%; Estonia -19,7%; Slovenia -19,3%; Italia -1,7%. Questi Stati si si trovano nella spiacevole posizione di dipendere, per moltissimo, molto, poco, pochissimo o quasi per niente dal risparmio di non residenti per gli acquisti del loro debito. Come si nota dai numeri l’Italia è quella con la percentuale di debito netto più bassa, molto vicina allo zero.

La via migliore per la ripresa dell’Italia

L’Italia è arrivata all’appuntamento con questa tremenda crisi con una situazione decisamente diversa rispetto a quella dell’ultima recessione. Il Bel Paese ha un Debito Pubblico/PIL del 134,8%, molto più alto del 116,5 del 2011. Allo steso tempo, però, la quota di debito pubblico in mano a non residenti è decisamente inferiore, ma, soprattutto, la Situazione Patrimoniale sull’Estero è, di fatto, tornata in pareggio.

Quindi, oggi noi potremmo emettere tanto debito quanto necessario perché non dipendiamo più dal risparmio dei non residenti e potremmo farlo anche a tassi molto contenuti se, ovviamente, avessimo una Banca Centrale pronta ad intervenire per comprare i titoli non assorbiti dal mercato, come succede in Giappone, in Cina, in Svezia, in Danimarca.

Questo dato di fatto cambia decisamente le carte in tavola, almeno per noi, sul dibattito in corso circa MES, SURE, Corona Bonds, Recovey Bonds ecc.

L’Italia non avrebbe nessun bisogno di chiedere prestiti ad altri Paesi o organismi sovranazionali (tale è il MES) perché può rivolgersi al mercato, sia composto solo da risparmi di residenti o anche da non residenti, ed ottenere che questi acquistino i titoli emessi senza patemi o problemi, ma solo con la presenza discreta e certa dietro le sue spalle della Banca Centrale che dichiara preventivamente di comprare lei ciò che il mercato non assorbe.

Ora, direte, che questi sono discorsi da Populista/Sovranista. Tutto il contrario: sono solo la sintesi di quello che tre economisti si provata fede europeista, Francesco Giavazzi, Guido Tabellini e Roberto Perotti, tre Professori della Bocconi, il tempio italiano massimo degli europeisti, hanno scritto negli ultimi 30 giorni sul portale del CEPR, il più Europeista dei Centri di ricerca del nostro continente. Ecco i link:

https://voxeu.org/article/covid-perpetual-eurobonds

https://voxeu.org/article/european-response-covid-19-crisis-pragmatic-proposal

En passant, arrivati alla fine dei due report, si capisce con chiarezza perché tutti e tre gli economisti bocconiani sconsigliano vivamente il ricorso al MES. Sono forse diventati sovranisti, o, forse, i nostri stanno solo ri-scoprendo le logiche dell’economia liberale rinnovate e corrette da Lord Keynes dopo la catastrofe della Grande Depressione e che, purtroppo, quattro decenni di pensiero unico del neo-liberismo hanno fatto dimenticare?

 

Musei minori: emergenza e futuro

Cristina Acidini (nella foto)

Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno e della Fondazione Casa Buonarroti, Firenze

Fra le tante incognite che ci attendono per il “dopo”, quando usciremo gradualmente dalle restrizioni imposte dalla pandemia Covid-19, c’è la sorte dei luoghi della cultura nelle città e nelle regioni caratterizzate dal patrimonio artistico e culturale, come sono Firenze e la Toscana.

Il Ministro Franceschini sta già predisponendo misure organizzative e di sostegno, che certo riguarderanno in primo luogo archivi, biblioteche, musei statali.

Tuttavia, la ricchezza culturale straordinaria del nostro Paese, come è noto, risiede anche nella presenza capillarmente diffusa di luoghi d’arte e musei di ogni dimensione, appartenenza, tipologia. Si va dai grandi complessi ecclesiastici e comunali, ai piccoli musei originati da raccolte specifiche nei più diversi campi: arte, storia naturale, scienza e altro. Anche per questi saranno necessarie attenzioni e provvedimenti, e cure speciali per i musei minori, che custodiscono tesori di grande valore culturale, ma che di rado generano introiti o dispongono di risorse economiche proprie, anche perché il turismo d’arte – il turismo di massa, fino a poche settimane fa – si concentra di preferenza nei musei di fama planetaria.

L’accoglienza e le attività dei musei e luoghi, “grandi” e “piccoli”, riprenderanno certamente, ma è opportuno chiedersi fin d’ora come, e avviare riflessioni condivise sulle possibili risposte. L’emergenza pandemia non è un trauma circoscritto, che causa un crollo temporaneo di viaggi e presenze ma, appena superato, consente la ripartenza. Il cambiamento che ci attende condizionerà a lungo lo stile di vita, con ripercussioni durature sulle capacità di spesa delle famiglie e dei singoli, sugli spostamenti e sulla condivisione degli spazi pubblici.

Immaginiamo che gli accessi saranno sottoposti al contingentamento, al distanziamento sociale, alla sanificazione e tutto quanto garantisce la sicurezza del personale e del pubblico.

I grandi musei con grandi spazi potranno continuare ad accogliere numeri importanti di visitatori, specialmente se ci sarà una ripresa del turismo interno ed estero: ma forse, non nella misura di “prima”. Invece molti altri musei, medi o piccoli, o semplicemente meno visitati nonostante i tesori d’arte, di storia e di cultura che espongono, potranno far fatica a recuperare la loro quota di gradimento. Dunque dovranno contare come non mai sui finanziamenti pubblici per continuare a esistere al servizio del pubblico. Anche perché nel settore privato, che generosamente contribuisce alla cultura attraverso le Fondazioni di origine bancaria, le associazioni, le imprese, gli sponsor, è possibile – e sarebbe comprensibile – che le priorità siano ridiscusse, e che gli interventi nel sociale mettano in secondo piano le aspettative del mondo culturale.

Ora, questo enorme problema potrebbe essere davvero, come si suol dire, un’opportunità. Perché da anni si ragiona, con successi limitati, di attivare un coordinamento in grado di distribuire meglio (qualcuno con parola brutta ma efficace dice “spalmare”) i visitatori, che si spera tornino ad affluire nei luoghi d’arte. È possibile che chi non riesce a prenotare una visita nei musei più desiderati, decida di accettar proposte meno scontate. Dico: è possibile, non è certo. Perché niente sostituisce la visione diretta del David di Michelangelo o della Primavera di Botticelli e d’altri capolavori. Ma si può e si deve tentare di promuovere attrattive alternative o ulteriori, nella linea avviata dalle card museali già attive e sperimentate. E le tecnologie odierne, app e non solo, stanno offrendo un supporto decisivo alle necessità di ridistribuzione, distanziamento, ingresso personalizzato: accade con i supermercati, è allo studio per i trasporti, dovrà valere per la ristorazione e lo spettacolo dal vivo… Dunque, pensiamoci. Molti temono che uno strumento di coordinamento – per usare un termine abusato, una “cabina di regia” – tolga loro quote di autonomia. E, certo, potrebbe accadere, come accade in ogni programmazione seria.

Penso tuttavia che sarebbe un buon investimento affidare a un soggetto competente la progettazione e lo sviluppo di uno strumento informatico, dedicato appunto a equilibrare le presenze dei visitatori e a segnalare opportunità di visita magari finora non considerate come meritano. Se funzionante, potrebbe costituire una miglioria permanente per la città e per il territorio. E per provarci, se non ora, quando?

 

Resurrezione laica

Lucia Battaglia (nella foto)

Ieri stavo lavorando nella struttura di accoglienza per pazienti Covid predisposta dall’Asl 5 in collaborazione con il Comune di La Spezia e la Protezione Civile, che accoglie pazienti dimessi dai reparti ospedalieri che non possono tornare a casa perché non sono ancora negativizzati e quindi potenzialmente ancora infettivi per gli altri. Sono pazienti che ce l’hanno fatta e sono in buone condizioni generali, ansiosi solo di riavere la libertà e riabbracciare i propri cari.
Gli ospiti non possono, ovviamente, ricevere visite. I parenti si relazionano con noi che siamo a disposizione come mediatori per tutte le attività che li riguardano.
A metà pomeriggio sono stata chiamata dalla sorveglianza che mi avvertiva della presenza della moglie di un ospite che voleva portare biancheria pulita e ritirare quella sporca. Sono uscita e ho visto la signora che si stava avvicinando alla finestra, alla quale stava affacciato il marito, per porgergli la borsa. Ero ancora un po’ lontana e le ho intimato di fermarsi, per proteggerla dalla possibilità di infettarsi mentre dava la borsa al marito e raccoglieva il sacchetto con la biancheria sporca, percependo il disappunto e la delusione di entrambi causata dalla mia severità. Ferma nel mio intento, armata di mascherina, doppio guanto e un sacchetto pulito che avevo portato con me, ho passato la borsa al marito, gli ho fatto inserire la biancheria sporca nel sacco pulito e l’ho chiuso, poi mi sono rivolta alla signora, le ho spiegato che, in quel modo, poteva portarlo tranquillamente in macchina, le ho insegnato come maneggiarlo e come lavare la biancheria sporca.
Lei mi ha guardata un po’ sfacciata e un po’ intimorita e mi ha chiesto se poteva rimanere un po’ a rimirare il marito, rimasto alla finestra a fissarci. Le ho risposto di guardarlo pure, che a guardare non c’era nessun rischio, poi lei si è avvicinata e si è messa praticamente sotto la finestra a parlare con lui. Io, allora, un po’ piccata le ho detto che no, lì sotto non ci poteva stare perché anche se entrambi avevano una mascherina chirurgica, poteva esserci il rischio che, parlando, qualche goccia di saliva di lui potesse caderle addosso. Lei prontissima si è spostata di lato, mi ha guardata con occhi lucidi e imploranti e mi ha detto: “No, no, guardi sto qui! Qui posso? Non lo vedo da tanto…”
E lì, in quel momento, a vederli, lui alla finestra moderno “Giulietto” e lei, sotto, novella “Romea” che si ricongiungevano in quel loro amore interrotto dalla malattia, mi sono commossa e ho assistito alla Resurrezione laica della salute ritrovata e del ritorno alla normalità.

 

LA QUARANTENA VISTA DA PARIGI

Matteo Boldrini (nella foto)

Quando è scoppiata in Italia, e poi in Europa, la pandemia del nuovo coronavirus, mi trovavo a Parigi, dove abito ormai da quasi un anno per motivi relativi alla mia ricerca di dottorato. La vita di quei giorni, la mia ma credo anche quella di molti italiani qui a Parigi, sembrava colpita da una sorta di dissociazione. La sera, da casa in Italia, arrivavano i “bollettini di guerra”, i contagiati, i morti, la paura del collasso del sistema sanitario, le preoccupazioni per i familiari lì presenti. Il giorno invece, in giro per la città, ci si scontrava con le parole rassicuranti delle autorità e degli amici francesi, con la campagna per le amministrative, le varie cene e gli aperitivi. La vita scorreva usuale, con locali e parchi pieni di persone, un po’ come se i fatti italiani fossero notizie di un fronte lontano. A parlarne ci si sentiva un po’ profeti di sventura, che avvertivano di un male in arrivo senza essere ascoltati. Ci si scontrava spesso con una sorta di convinzione che il problema non fosse comune e che, al massimo, riguardasse qualche anziano in cattivo stato di salute. Poi, in pochi giorni, le cose sono rapidamente cambiate. Con l’aumentare dei casi, il governo ha deciso, con tre diversi interventi a breve distanza l’uno dall’altro, l’inserimento di alcune misure di contenimento. Giovedì 12 marzo, in diretta nazionale, il Presidente della Repubblica ha disposto, a partire dal lunedì successivo, la chiusura di tutte le scuole e università. Due giorni dopo, sabato 14, il Presidente del Consiglio Philippe ha introdotto la chiusura di tutti i locali e ristoranti, pur mantenendo l’appuntamento elettorale previsto per il giorno dopo. Infine, il lunedì 16 marzo, giorno dopo le amministrative, il Presidente Macron ha parlato nuovamente alla nazione annunciando misure di confinamento, volte a cercare di combattere questo nuovo nemico invisibile. Rinvio del secondo turno delle municipali, obbligo di restare a casa, uscite soggette ad autocertificazione e solo per movimenti essenziali, e sanzioni, gradualmente aumentate, in caso di contravvenzione. Da quel momento, la progressione dell’epidemia è stata simile a quella italiana, sebbene con un numero di casi accertati leggermente più basso.

L’impressione è che la sfida posta della pandemia ai singoli stati non sia stata, in Francia come da altre parti, perfettamente compresa. L’emergenza pandemica pone infatti gli stati di fronte all’efficacia degli strumenti a propria disposizione. Le interconnessioni mondiali hanno raggiunto un livello tale da mettere sempre più in difficoltà gli stati nel governare fenomeni di questo tipo. L’Europa, in questo, con la sua alta integrazione, rappresenta probabilmente il caso più emblematico. Prima della crisi, ogni giorno migliaia di persone si spostavano dalla Cina verso l’Europa e da lì si muovevano poi tra i vari Paesi e all’interno dei Paesi stessi, venendo in contatto con altre migliaia di persone differenti. In questo contesto, dieci giorni di ritardo nell’applicazione di politiche di prevenzione possono voler dire la diffusione del virus su scala globale, con la naturale conseguenza dell’inutilità di qualsiasi forma di quarantena “preventiva” verso viaggiatori provenienti da singoli Paesi. Ciascun Paese diventerebbe un potenziale veicolo di contagio per gli altri, tanto più alto quanto più stretti sono i contatti che li uniscono. Allargare la prospettiva delle politiche, più che un valore in sé, sembra divenire una vera e propria necessità per gli attori statuali, volta a cercare di rendere il più possibile efficace la propria azione. Una necessità che a mio avviso si rivelerà tale non solamente nella fase di prevenzione, ma anche e soprattutto in quelle successive, mirata alla gestione dell’epidemia, alla ricostruzione dei rapporti economici tra i diversi Paesi, e, soprattutto, al controllo e alla limitazione di eventuali focolai di ritorno in futuro.

Non si tratta di indebolire gli Stati, ma anzi al contrario di rafforzarne il ruolo permettendogli di affrontare queste sfide con gli strumenti a disposizione. L’alternativa è che i singoli Stati apprendano da soli come affrontare queste crisi, all’interno però di un contesto estremamente più complesso da governare. La prima sfida, quella della prevenzione, al momento è alle nostre spalle, vedremo se gli Stati europei e l’Unione Europea saranno all’altezza delle sfide che stanno per arrivare.

 

Il fallimento del sito Inps non è tecnico

Di Michele Morrocchi (nella foto)

L’iPad sul quale scrivo questo articolo l’ho comprato guardando nella fotocamera del mio smartphone, per mandare due ricevute di collaborazione a due società alle quali ho fatto formazione son dovuto andare da un tabaccaio, durante una pandemia, e comprare marche da bollo da due euro e spedire a loro le ricevute, perché per quanto mi sia impegnato non sono riuscito a capire dai siti istituzionali come fare a pagare online i due euro di diritti per ogni ricevuta.

Che il sito dell’Inps quindi vada in crash il giorno in cui si aprono le richieste da parte dei lavoratori non ricompresi da cassa integrazione e FIS per i 600 euro non stupisce chi con le istituzioni online ci bazzica da tempo per lavoro.

Il problema non è tanto quel Presidente o quel responsabile. Dubito che altri presidenti, di qualunque colore politico, avrebbero impedito ad una infrastruttura tecnologica sbagliata di resistere ad un click day (negato dal governo, ma confermato dall’Inps) che vedeva milioni di utenti connettersi contemporaneamente al sito dell’istituto.

Non è nemmeno un mero problema di infrastruttura hardware. Il problema non è quanti server performanti abbia l’Inps o i suoi fornitori, ma proprio il concetto stesso di digitalizzazione della pubblica amministrazione e le scelte politiche da circa una ventina di anni accompagnano questo percorso.

Il punto primario è la filosofia. Il rapporto che la burocrazia italiana ha di fronte alla tecnologia è sostanzialmente la prosecuzione dell’atto cartaceo con altri mezzi. Questo ha significato andare verso una complicazione (come quella cartacea) infinita e alla creazione di strumenti informatici che replicassero quelli cartacei e non li sostituissero.

Abbiamo visto così nascere negli anni la firma digitale, la sostituzione documentale certificata, la marca temporale e la PEC, la posta elettronica certificata. Una riproposizione di bolli, timbri e ceralacche solo in formato elettronico.

Nel frattempo, il mondo informatico rompeva le regole, reinventava i processi e faceva esattamente l’opposto di quelli che succedeva qui, modificava, rendendoli residuali, gli strumenti cartacei a immagine di quelli informatici.

Questo processo che replicava l’ottava fatica a cui erano sottoposti Asterix e Obelix alla ricerca di un lasciapassare A38 digitale, ci isolava quindi da quello che accadeva nel resto del mondo e faceva sì che i colossi dell’information technology semplicemente non entrassero nel mercato italiano, permettendoci di comprare tecnologia che nel frattempo costava sempre meno.

Questo ha certo responsabilità nella politica ma non sono assenti colpe nel mondo imprenditoriale. La politica è sembrata essere più attenta alle nomine della partecipata del MEF che si occupa di informatizzazione che a definire una reale filosofia di e-government come invece prevedevano e prevedono le varie agende dell’Unione Europea oltre che il buonsenso. L’imprenditoria italiana ha potuto approfittare di standard informatici autarchici che per dimensione, fatturato e modalità di accesso alle commesse pubbliche non erano appetibili ai giganti mondiali dell’ICT.  Siamo riusciti a creare una nicchia di rendita anche sul settore più innovativo del secolo, bisogna dire che non era facile.

In questa specificità tutta nostra, non stupisce quindi che al momento in cui si chiede di passare dall’Ottocento al ventunesimo secolo in una notte, la struttura, mentale prima che tecnologica, non sia pronta. A poco quindi servono richieste di dimissioni o interrogazioni urgenti, che chiaramente hanno una loro logica e persino utilità, quello che serve è un approccio diverso al tema.

Se questo virus può avere un’utilità, almeno in questo settore, è farci capire che la digitalizzazione non si improvvisa e non è la mera trasformazione del pezzo di carta in un file elettronico. Che serve trasformare il rapporto tra cittadino e amministrazione inserendo un concetto finora assente quello della fiducia. Fiducia in primis dello Stato verso il cittadino, da cui può discendere la fiducia del cittadino verso lo Stato.

 

Superare lo spontaneismo informatico

di Renato Marcon (nella foto)

Dalla crisi covid-19 un nuovo ruolo per lo Stato e nuova fiducia nei cittadini.

La questione affrontata da Michele Morrocchi “Il fallimento del sito Inps non è tecnico”, ci parla del ritardo culturale, prima ancora che tecnologico, della Pubblica Amministrazione sul tema dell’informatizzazione e della comunicazione per via telematica.

Il quadro risulta ancora meno esaltante se, da una P.A. nazionale, passiamo alla vita e alla operatività dei quasi 8000 comuni italiani. Mai come in questo frangente, infatti, i comuni sono in prima linea per dare il necessario sostegno e aiuto alle famiglie in difficoltà di fronte a questa grave e (naturalmente) imprevista crisi.

L’esempio emblematico è rappresentato da quanto sta avvenendo proprio in questi giorni nei comuni, con la necessità di erogare contributi per complessi 400.000.000 di euro alle famiglie in difficoltà. Mi riferisco agli interventi conseguenti all’ Ordinanza del Capo Dipartimento della Protezione Civile n.658 del 29 marzo 2020.

Come afferma Morrocchi: “Il punto primario è la filosofia. Il rapporto che la burocrazia italiana ha di fronte alla tecnologia è sostanzialmente la prosecuzione dell’atto cartaceo con altri mezzi. Questo ha significato andare verso una complicazione (come quella cartacea) infinita e alla creazione di strumenti informatici che replicassero quelli cartacei e non li sostituissero”.

Ecco allora che 8000 comuni pubblicano 8000 avvisi, in gran parte simili ma comunque diversi. Soprattutto, pubblicheranno 8000 moduli per domande che solo in minima parte saranno compilate per via telematica, ai fini della conseguente (quasi) automatica erogazione del contributo.

Nella stragrande maggioranza dei casi i dati, già caricati dai cittadini sui moduli messi a disposizione dai comuni, saranno re-imputati dagli operatori comunali su altre banche dati, prima di poter procedere alla erogazione del contributo, con inutili e dispendiose duplicazioni degli adempimenti. Uno spreco di risorse pubbliche, in quanto quei funzionari che ri-digiteranno quei dati già digitati dal cittadino, potrebbero essere impiegati in altre funzioni ben più utili e produttive.

Se invece, a titolo esemplificativo, pensiamo ai nostri conti correnti bancari e ai bonifici che emettiamo sui nostri conti online, come anche ad altri servizi “home banking” messi a disposizione dalle nostre banche, possiamo immaginare quanta semplificazione (con conseguente risparmio o migliore allocazione di risorse pubbliche) potremmo mettere in atto nella P.A.

Qualcuno potrebbe obiettare che ciò avviene perché la funzione dei Servizi Sociali viene esercitata da ciascun comune con un certo grado di autonomia.

In realtà, se anziché parlare della questione emergenziale del COVID-19, parliamo della gestione ordinaria dei comuni, il quadro non è più confortante.

L’informatizzazione delle procedure in capo ai comuni non è gestita/attuata dallo Stato, ma è lasciata nelle mani di software house private. E anche questo dato possiamo guardarlo da almeno due punti di vista.

Qualità dei servizi. Comuni anche confinanti tra loro hanno software house diverse per le stesse funzioni: la contabilità nel comune A è gestita con il software della ditta X e nel comune B con quello della ditta Y. In una stagione come questa dove, a seguito della carenza di personale a causa del pluriennale blocco di assunzioni, il funzionario del comune A si trova in difficoltà a dare una mano al comune B perché, pur essendo esperto in gestione del bilancio comunale, avrà difficoltà ad interagire con un software che non conosce. Se anziché parlare di bilancio e contabilità, parliamo dei servizi di anagrafe, elettorale, stato civile, statistica che sono funzioni statali esercitati dai comuni su delega dello Stato appunto, la situazione è la stessa: quindi parliamo di funzioni statali esercitate sulla base di normative e procedure (SOLO) statali, messe in atto in forma diversa nei singoli comuni, a seconda della software house incaricata.

Costi per i Comuni. Dai dati pubblicati nel sito www.comuniverso.it, sulla base di dati ISTAT, al 31.12.2019 in Italia ben 3.471 comuni hanno una popolazione da 0 a 1.999 abitanti. Se aggiungiamo 2.027 comuni da 2.000 a 4.999 abitanti, significa che in Italia abbiamo quasi il 70% dei comuni con meno di 5.000 abitanti. Sono comuni che per dimensione e numero di dipendenti non possono permettersi un ufficio informatica o CED interno e, di fatto, non hanno alcun potere contrattuale con le software house presenti nel mercato.

Anche alla luce delle vicende legate alla gestione dell’emergenza COVID-19 serve, quindi, da un lato un approccio nazionale alla questione dell’informatizzazione delle procedure dei servizi comunali, a maggior ragione per quanto attiene le funzioni statali delegate ai comuni. Dall’altro lato serve anche un atteggiamento di fiducia in relazione alla capacità delle famiglie e delle imprese ad interagire in modalità telematica con i comuni. Per esperienza professionale, posso confermare che spesso non solo le imprese, ma anche i privati cittadini sono tecnologicamente più evoluti delle amministrazioni pubbliche.

Certo, è impensabile che tutta o la stragrande parte della popolazione interagisca solo telematicamente con la PA o, nel caso specifico, con i comuni.

Tuttavia, faccio notare che in occasione dell’ultimo Censimento Generale della Popolazione (2011), come risulta dalla pubblicazione ISTAT: “Atti del 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni”, il 33,4% dei questionari, equivalenti in termini assoluti a 8,5 milioni di questionari, sono stati compilati dai cittadini via web, con anche notevole risparmio economico per l’ISTAT che in quelle famiglie non ha dovuto inviare i rilevatori per la compilazione dei questionari cartacei che, seccessivamente, un operatore doveva caricare a terminale.

Se proiettiamo e attualizziamo i dati del Censimento 2011 (9 anni fa, un tempo amplissimo se pensiamo all’evoluzione tecnologica avvenuta in questi 9 anni nelle nostre famiglie), possiamo immaginare quale risparmio o migliore allocazione di risorse pubbliche potremmo mettere in atto con un diverso e moderno approccio pubblico all’informatizzazione delle procedure.

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