Ideologia del ceto medio?

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Ideologia del ceto medio?

Un dibattito estivo su La Repubblica sul Socialismo liberale

di Andrea Banchi

 

Si è svolto di recente sul quotidiano La Repubblica un ricordo dei Rosselli a più voci, evocandone la modernità e l’ispirazione necessaria all’azione politica per far uscire il paese dalle difficoltà presenti. Non a caso il dibattito è avvenuto sul giornale il cui fondatore, Eugenio Scalfari, in più occasioni ha citato i Rosselli e Giustizia e Libertà come proprio riferimento ideale e politico, rivendicandone ancora la discendenza.

Dagli interventi è emerso anche un importante elemento interpretativo sulle riflessioni di Carlo Rosselli riguardante il ruolo del ceto medio che nell’Italia del primo dopoguerra aveva decretato il trionfo  fascista. È su questo aspetto che, dopo aver illustrato il contenuto dei tre articoli apparsi nel corso di un mese, seguiranno alcune considerazioni.

 

I tre articoli sul liberalsocialismo

Per primo ne ha scritto Valdo Spini, ricordando l’uccisione dei fratelli Rosselli, avvenuta il 9 giugno 1937. Non si è trattato di una commemorazione rituale: nel sottolineare la fecondità del pensiero libersocialista ancora viva, ha indicato l’esigenza di azioni concrete per le scelte economiche e sociali che l’Italia dovrebbe compiere per la ripartenza economica dopo la pandemia. In particolare il riferimento è stato alle politiche economiche e sociali di tipo keynesiano, attraverso interventi di spesa pubblica con un benefico effetto moltiplicatore per l’occupazione e lo sviluppo.

Per Spini l’ambito di visione dei Rosselli, di respiro europeo, consente di sfruttare al meglio le risorse poste a disposizione dalla UE per uscire dalle difficoltà. Il presupposto del cambiamento sta nel ricostituire una classe politica che, avendo a cuore il destino italiano, si ponga sulla strada dello sviluppo con un adeguato sistema di valori, quali sono quelli elaborati nelle più avanzate esperienze europee che si sono ispirate al socialismo liberale.

 

Ha proseguito il filosofo Massimo Cacciari, con un’interessante provocazione. Dopo aver ricordato come il socialismo liberale di Rosselli fu non una mediazione tra i due termini, bensì un superamento del loro significato originario, accenna che questo dissidio rappresenta il frutto più maturo di una grande tradizione culturale borghese. Riguarda la cultura del lavoro, della responsabilità e dei sacrifici, dei diritti e dei doveri. Visto però che gli ultimi trent’anni della vita politica italiana vanno in direzione opposta rispetto a questi temi, continua Cacciari, è realistico interrogarsi se il disegno di socialismo liberale possa ancora valere in assenza di quella cultura politica a cui si richiama, che veniva espressa dalla borghesia che avrebbe dovuto esserne l’interprete. La borghesia è oggi scomparsa, come classe. Ne rimane l’idea dunque, non chi possa incarnarla. Il ceto medio negli ultimi anni è crollato nella distribuzione del reddito e nelle sue attese di promozione sociale, nella sua coscienza e nella sua rappresentanza politica.

Per Cacciari se non si inverte l’impetuosa corrente di proletarizzazione del ceto medio, che invece con il Covid-19 si è drammaticamente accelerata, svanirà il senso di socialismo liberale, ma questo significherà anche la crisi della nostra democrazia rappresentativa.

 

Qualche giorno dopo ad intervenire Nadia Urbinati, docente alla Columbia University e autrice di saggi su Carlo Rosselli e il socialismo liberale. Afferma che il pensiero di Rosselli ha dato il suo miglior esito attraverso la redazione delle costituzioni democratiche: in esse nascono le condizioni della cittadinanza delle donne e degli uomini di oggi. Dunque socialismo liberale non è altro che il nome della democrazia del futuro. Ricordando come il tema dell’uguaglianza e della libertà sia trattato in particolare nel nostro art. 3 della Costituzione, che prevede nel primo comma l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge senza alcuna distinzione, e nel secondo l’impegno della Repubblica a rimuovere tutti gli ostacoli che di fatto si frappongono al pieno sviluppo della persona, Urbinati dichiara che il socialismo liberale non è un’ideologia di una classe, con uno specifico fine da raggiungere, ma la cultura politica dei cittadini democratici.  Prosegue indicando come Rosselli rifugga dalla costruzione di un’ideologia classista, ritenendo che la vitalità della sua idea consista proprio nella tensione tra due termini irriducibili: dunque l’uguaglianza dei liberi non è prerogativa di una classe o di un partito, ma una sfida che si coniuga, a seconda dell’interprete, in forme diverse.

 

L’attualità del socialismo liberale dopo la pandemia

Ho riportato questo incrociarsi di interpretazioni sul pensiero di Carlo Rosselli perché ritengo che innanzi tutto dimostrino quanto vitale sia ancora il suo lascito politico ed ideale, sebbene ucciso ancora giovane, nel pieno delle sue attività.

Concordo inoltre nell’affermazione che la pandemia ha reso più evidente anche la necessità di riproporre il pensiero liberalsocialista all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica italiana. La stasi del lockdown e il crollo della produzione ha infatti drammatizzata la situazione italiana, scattando una foto impietosa degli irrisolti deficit del Paese e ha fatto emergere tutti insieme i problemi sopiti, dimenticati, lasciati intoccati che ne minano la solidità: un sistema formativo pubblico gracile, un traballante sistema di sicurezza sociale e sanitaria per tutti, una digitalizzazione  inadeguata e territorialmente a pelle di leopardo, un’insufficiente rete infrastrutturale, politiche del lavoro costose ma inefficaci. Non che prima non vi fossero difficoltà, ma certo l’urgenza di affrontarle, così come le avvertiamo oggi, non si era palesata.

Siamo dunque tanto più bisognosi di un’atteggiamento di rinnovata fiducia nel futuro e di  coraggio nell’abbandonare vecchi assetti culturali, organizzativi e sociali. È questo dunque squisitamente un problema di democrazia, non è una semplice esigenza d’interventi economici, che comunque vengono richiesti. Pensarlo significherebbe non cogliere gli elementi quantitativi e qualitativi che segnano le nuove criticità. Ecco perché risultano attuali le profonde intuizioni dei fratelli Rosselli e gli elementi d’innovazione e di cambiamento che ne scaturiscono partendo dalla rivoluzione morale che avrebbero voluto porre a fondamento dei mutamenti da attuare.

 

Rosselli e il ceto medio

Un tema sopra tutti campeggia opposto nei due ultimi articoli citati: per Rosselli il socialismo liberale deve divenire l’ideologia della nuova borghesia che, ricca della cultura liberale, richiede maggiore uguaglianza e maggiori opportunità d’ascesa sociale e che, ingrossatasi nello sviluppo economico, impone numericamente, anche se democraticamente, la propria visione politica nello sviluppo del Paese?

Nel sostegno di questa opzione forse Cacciari riprende implicitamente una interpretazione del pensiero di Carlo Rosselli degli ultimi anni che nel descrivere il fascismo ne fa sbrigativamente “la manifestazione suprema della degenerazione dell’ordine capitalistico” e “la forma storica che tende ad assumere la civiltà borghese capitalistica in questa fase di declino”. Avvalora dunque nel pensiero liberalsocialista una identificazione della borghesia italiana come classe compatta, senza articolazioni, in sostanza coincidente col ceto medio, che Rosselli solo poco tempo avanti il 1936 non avrebbe certo sottoscritto. Propende per una visione di Rosselli che esprime il meglio della grande tradizione culturale borghese, con radici nell’Illuminismo e nell’etica del lavoro, ideologo dell’imporsi del ceto medio nella stabilizzazione economica.

Al contrario Urbinati ritiene che Rosselli parli a tutti i cittadini, che la sua elaborazione sia già riuscita ad offrire corposi frutti nelle costituzioni democratiche dell’Europa uscita dalla guerra, che la tensione dialettica tra libertà ed uguaglianza debba ogni volta offrire esiti nuovi, secondo i contesti che volta volta fanno da riferimento ai valori in campo. Dunque in questa accezione  depotenzia, riduce e confuta il senso che invece Cacciari affida al pensiero di Rosselli, come espressione della classe media, che nel suo ampliamento avrebbe dovuto assumere la funzione di riequilibrio e di protagonismo nel riscatto del Paese.

 

Al termine di questo breve commento, a sostegno dell’interpretazione di Urbinati, vorrei segnalare l’esperienza di Carlo Rosselli, testimone delle elezioni del 1924 in Gran Bretagna, interessato a riproporre in Italia la strategia laburista verso i ceti medi che invece da noi stavano ingrossando le fila fasciste.

Rosselli nota che, mentre nel continente è l’idea, l’ideologia marxista che attraverso i partiti crea l’organizzazione economica, il partito laburista nasce invece spontaneamente come frutto della rivoluzione industriale, rifiutando ogni ideologia aprioristica, e solo quando si manifesta l’esigenza che gli interessi economici e corporativi della classe operaia trovino rappresentanza politica. Anche l’impostazione federalista deriva dalle Trade Unions, per la miglior tutela degli interessi di categoria. Questa natura composita ha sempre voluto tutelare tutto il mondo del lavoro, non l’interesse di una sola classe, e in nome di tutto il paese ha costituito un partito costituzionale socialisteggiante che va dalla sinistra liberale ai comunisti (9).

 

Andrea Banchi, laureato in Scienze Politiche al Cesare Alfieri di Firenze con una tesi sulla programmazione economica italiana svolta con Giorgio Ruffolo, ha svolto l’intera propria attività al Comune di Borgo San Lorenzo. Bibliotecario, funzionario, dirigente e direttore, si è dedicato alla progettazione e gestione di servizi culturali, educativi, sociali e assistenziali fino alla pensione. Ora scrive saggi e organizza eventi culturali per diletto.

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