IDEE E PROPOSTE PER L’EMERGENZA – 3

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Interventi:
  • “Un governo per la ricostruzione” di Francesco Carbini
  • “Il sogno cinese ai tempi della pandemia” di Giulia Barducci
UN GOVERNO PER LA RICOSTRUZIONE

Di Francesco Carbini (nella foto)
Mentre scrivo è stato varato il nuovo decreto cosiddetto “Rilancio”, dopo il “Cura Italia” e “Liquidità”. Sospensioni fiscali ed esattoriali, bonus, crediti di imposta, rateizzazioni, e una timida eliminazione della prima rata Irap e Imu solo per alcune tipologie… si dirà “meglio di niente”, ma troppo poco per l’appellativo “rilancio”. Per non parlare poi delle varie misure già previste e operanti: dai 600 euro al decreto liquidità che ha finito per consentire alle banche una rinegoziazione delle posizioni creditizie e una mancata concessione perfino delle misure fino a 25.000 euro nonostante le garanzie statali al cento per cento, perché gli istituti di credito rischiano di essere chiamati in causa se i percettori falliscono in seguito. Da qui la necessità di liquidità con soldi veri a fondo perduto da parte dello Stato almeno a favore di chi ha perduto fatturato (e lo perderà) fino al 25% e fino al 31 dicembre 2020, e non misure che finora fanno solo indebitare ulteriormente le imprese.
Per prima cosa è necessario far ripartire immediatamente tutti i lavori pubblici già approvati, togliendo lacci e lacciuoli che alla fine non tutelano nessuno e men che meno l’ambiente. Occorre far sì che le grandi opere pubbliche, le manutenzioni, la rigenerazione urbana siano occasioni di vero sviluppo; l’utilizzo di fondi europei parta da qui, adesso non ci sono più scuse.
Così come occorre un focus particolare su alcuni settori che dovranno trainare il nostro Paese fuori da una crisi senza precedenti: la ricerca scientifica e tecnologica, il manifatturiero, l’agricoltura, il turismo, la cultura. Specialmente gli ultimi tre saranno sempre più legati e dovranno essere incentivati in ogni modo, sia in termini di investimento, che in misure fiscali di favore.
Sostegno alle imprese
Ma torniamo alle possibili soluzioni che possano servire per fare in modo che l’Italia possa salvare la propria economia, e con essa le proprie Istituzioni democratiche e liberali.
In questo quadro il sostegno alle imprese è prioritario, perché significa tenere in piedi il sistema produttivo e le sue eccellenze, e mantenere così l’occupazione e il reddito delle famiglie. Garantire, come già detto, la liquidità per far fronte ai pagamenti, con le banche che devono essere messe nelle condizioni di prestare a tassi nulli o quasi. Questo il senso della “targeted longer-term refinancing operation” lanciata dalla BCE nel marzo scorso: la Bce fornisce liquidità a tassi negativi, ma a condizione che questi fondi siano veicolati alle piccole e medie imprese e facendo in modo che la regolamentazione bancaria non crei ostacoli a tali finanziamenti.
Certo, non tutte le imprese sono uguali, Alcune possono sperare nel recupero del fatturato perduto in questi mesi. Altre invece non potranno che sperare nella fine della pandemia e nei prossimi anni; è il caso della ristorazione, dei locali di ritrovo e di svago, degli impianti balneari o sciistici, degli alberghi e degli agriturismi, ma l’elenco è più lungo e mi scuso per le omissioni. Per queste imprese lo Stato dovrà farsi carico delle perdite, e cancellare il debito privato tramite aiuti, sussidi, esenzioni (non sospensioni) degli adempimenti fiscali.
Come rendere sostenibile il debito pubblico
Questo non potrà che far aumentare il debito pubblico e, per utilizzare le parole che ha usato Mario Draghi “l’alternativa sarebbe molto più devastante per l’economia e per la stessa credibilità dei governi: una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile per il sistema fiscale”. Mi permetto di aggiungere: la fine dello Stato sociale, con buona pace della difesa delle tante conquiste sulla sanità pubblica e sulla scuola, solo per citarne due fra le più importanti. Oltre a una difficile tenuta del sistema previdenziale e assistenziale.
Come faranno poi gli Stati a rifinanziare il debito che sarà verosimilmente aumentato di altri 30 punti sul PIL sarà un’altra partita, anche se sarà cruciale che i tassi rimangano bassi. La zona “euro” dovrà correggere sicuramente alcune storture che rendono i Paesi membri vulnerabili alle varie speculazioni, rivedendo prima di tutto le norme che vietano alla Bce di essere prestatore di ultima istanza dei governi.
Con coraggio e sfidando l’ipocrisia di certi settori della politica dare il via a un grande condono previdenziale e fiscale, e prevedere perfino un unico anno fiscale 2020/2021, anche perché ormai per molte attività l’anno corrente è compromesso.
Quindi per almeno tre anni introduzione di una flat tax al 20% per tutti coloro che non superano 8,8 mil. di ricavi, così da permettere alle nostre piccole e medie imprese di “tirare il fiato”.
Con la prospettiva di un nuovo sistema fiscale che preveda la tassazione delle rendite finanziarie rispettando il vincolo costituzionale della progressività, di una introduzione a regime di un “contrasto di interessi” e della effettività delle sanzioni tributarie con pene particolarmente severe nei confronti dei grandi evasori. Non è solo con la tracciabilità dei pagamenti, ma con l’introduzione della completa deducibilità in sede di dichiarazione dei redditi che si instaura un sistema “virtuoso”: tutti avranno convenienza a richiedere il documento fiscale a tutti. È una vecchia proposta che potrebbe portare all’inizio a un minor gettito fiscale, che sarebbe compensato e aumentato per effetto del maggior reddito accertato a carico delle attuali categorie a rischio.
Una nuova Costituente
Le mie non sono idee originali, ma sono in grado di frenare l’impatto devastante dell’incompetenza e superficialità fin qui dimostrato e dalla perenne conflittualità della classe politica. La popolazione ha dimostrato un alto senso di responsabilità e rispetto verso le Istituzioni e adesso pretende, giustamente, che la politica segua il buon senso invece che inseguire il consenso.
Per questi motivi, per me occorre un governo autorevole, con a capo una persona prestigiosa, molto competente e al di sopra delle parti. Un momento straordinario richiede soluzioni straordinarie, e l’Italia può dimostrare al mondo intero di cosa è capace. Occorre una sorta di “nuova costituente” a sostegno di un “governo per la ricostruzione” che, dopo almeno due anni e avviata l’opera di ricostruzione, possa poi riscrivere insieme le regole dello stare insieme, di un moderno Stato Liberale e Democratico. E in tale scenario ricostruire una nuova forza riformista che sappia far tesoro del suo passato e sia capace di dare una nuova prospettiva d’avvenire al nostro Paese.
Occorre fare in fretta, occorre che la parte che si definisce riformista del Pd e dell’intera galassia del centro sinistra si affranchi definitivamente dall’abbraccio suicida con i grillini e apra un dialogo con il centro destra moderato e liberale.
Andrà tutto bene solo se faremo esaltare le competenze e accantoneremo definitivamente i dilettanti e gli improvvisati.
Il sogno cinese ai tempi della pandemia

Di Giulia Barducci (nella foto)
Tra le tante questioni che la crisi generata dalla pandemia di Covid-19 ha evidenziato con forza, una delle più rilevanti è probabilmente l’acuirsi del confronto tra la potenza americana e la sua sfidante, la Repubblica Popolare Cinese. Numerosi commentatori si stanno infatti interrogando sugli effetti della pandemia sulla leadership cinese e se la crisi epocale che stiamo vivendo possa rappresentare quello che è stata la crisi di Suez nel 1956 per gli equilibri geopolitici, cioè la fine della centralità europea rispetto al sistema internazionale e l’inizio della centralità statunitense. Si tratta ovviamente di dinamiche che si sono consolidate nel corso degli anni ma che, in questi ultimi mesi, stanno subendo un’accelerazione considerevole. Proviamo a fare delle considerazioni.
La Cina rappresenta, ormai da una trentina di anni, uno degli attori principali dello scenario internazionale. Da una posizione di stato quasi marginale nello scacchiere globale è riuscita a divenirne un attore fondamentale. Con un 20% della popolazione mondiale, ritmi di crescita consistenti ed una enorme capacità produttiva – a cui si associa in anni recenti una indiscussa capacità tecnologica – la Cina sembra essere pronta a lanciare la sua sfida all’egemonia statunitense.
Questa sfida trova conferma anche all’interno delle posizioni dell’élite cinese. L’orientamento generale più diffuso nell’éstablishment del gigante asiatico sembra essere quello di voler giocare un ruolo di primissimo piano nello scenario internazionale. La produzione e lo sviluppo del Paese trovano il loro fondamento non solo nella ricchezza e nel benessere che producono, ma nella ricostruzione di una posizione di primato, ritenuta come naturalmente figlia dello status di riferimento culturale e politico proprio del fu Impero cinese. Ad aprire insomma un nuovo Secolo cinese, che ridia al Paese quella centralità politica persa.
Il Partito Comunista Cinese (PCC) trova quindi nel successo di riportare la Cina alla grandezza perduta durante il “secolo dell’umiliazione nazionale” (1839 – 1949) una delle più potenti fonti di legittimazione del proprio potere. L’attuale presidente XI Jinping sintetizza attraverso la retorica del “sogno cinese” (Zhōngguó Mèng) il duplice obiettivo di realizzare una società moderatamente prospera e di restituire piena autorevolezza alla Cina nel sistema internazionale. Il sogno cinese è per Xi Jinping il “grande ringiovanimento della nazione” da realizzarsi entro il 2049, anno del centenario della nascita della Repubblica Popol are.
In questo contesto, dunque, l’attuale pandemia e il conseguente smarrimento generale diventano un potenziale acceleratore, un’opportunità per rilanciare con forza le proprie intenzioni e accorciare la strada verso l’obiettivo.
La crisi generata dal Covid-19 sembra infatti aver reso ancor più manifesto come molte regioni del mondo siano sempre più dipendenti dalla Cina per quanto riguarda l’approvvigionamento di beni, conseguenza di una integrazione del mercato cinese nell’ecosistema mondiale che, dai primi anni Duemila ad oggi, è andata sempre più aumentando. Gli esempi che si potrebbero fare sono molteplici. Basti pensare che in ambito farmaceutico, secondo l’Economist, l’80% dei principi attivi proviene dalla Cina, o che, dall’epidemia di Sars- Cov del 2003, il peso cinese per i mercati globali sia aumentato di circa quattro volte, passando dal 4% al 16%, o ancora al ruolo crescente nel commercio mondiale delle cosiddette catene globali del valore in cui la Cina e città come Wuhan hanno una centralità enorme (ad esempio la Yangtze Optical Fibre and Cable, che ha una forte presenza locale, è il maggiore produttore mondiale di cavi per la trasmissione dei dati).
Tuttavia, occorre evidenziare come questo confronto fra Stati Uniti e Cina non si giocherà solo sulla potenza economica, ma anche su altri aspetti che, a mio avviso, potranno essere determinanti nel definire gli scenari futuri. Il primo è ovviamente quello militare, la cui rilevanza è indiscussa nella capacità di proiezione esterna di uno Stato. In questo campo la Repubblica Popolare Cinese, nonostante negli ultimi dieci anni abbia fatto passi da gigante, è ancora lontana dalla potenza americana; se guardiamo alla spesa militare, vediamo come il divario fra i due Paesi sia ancora significativo, con gli Stati Uniti che hanno speso nel 2018 640 miliardi di dollari contro i 250 della Cina (dati SIPRI). Va detto però che la Repubblica Popolare ha registrato dal 2008 al 2018, nella stessa voce di spesa, un incremento dell’83%, a differenza degli Stati Uniti che invece hanno riportato un calo. Si tratta di un divario notevole, ma che ai ritmi di crescita che abbiamo qui evidenziato rischia di essere colmato in maniera relativamente rapida.
L’altro aspetto, talvolta trascurato e che invece, a mio avviso, rappresenta un gap più difficile da colmare, è quello di natura reputazionale e afferisce a quella che potremmo chiamare la sfera del soft power. La capacità cioè della Cina di presentarsi agli occhi del mondo come un attore globale responsabile, degno di fiducia e credibilità.
È chiaro che la crisi che stiamo attraversando rappresenta anche da questo punto di vista una grande opportunità di trasformazione da potenza economica globale a potenza geopolitica centrale. Si tratta cioè, in questo contesto, della capacità di un Paese di costruire una narrazione e una immagine di sé come di una potenza responsabile, fornitore sì di beni pubblici essenziali, ma anche pronta, in termini di tempo ed efficacia, ad affrontare la gestione globale della pandemia e della ricostruzione dell’ordine internazionale nel mondo post Covid-19.
La Cina sta tentando di guadagnare terreno in questo senso. Ne sono un esempio la cosiddetta “diplomazia delle mascherine”, la spedizione di task force di medici oppure il lancio della Via della Seta sanitaria, progetto con una valenza non solo geo-economica ma anche geo-culturale. A tal proposito è interessante vedere come già nelle opinioni pubbliche di alcuni Paesi europei questa strategia abbia avuto qualche effetto. Un sondaggio fatto da SWG in Italia illustra infatti come per gli Italiani le alleanze del proprio Paese, ad oggi, dovrebbero guardare alla Cina più che agli Stati Uniti, e ancor di meno ai partner europei. Se da una parte assistiamo quindi a questo tentativo di narrazione da parte cinese, dall’altra vediamo come, in realtà, il gap in questo ambito sia molto difficile da colmare per un Paese, che per sua stessa natura e organizzazione interna, è lontano dalle regole e dal modo di vita di quel sistema internazionale nato dal Secondo Dopoguerra e plasmato essenzialmente a immagine e somiglianza degli Stati Uniti e del mondo Occidentale.
Tante sono le immagini che, a tal proposito, ci portano alla mente diverse difficoltà. Per dirne alcune: l’esistenza ancora oggi di mercati come quello di Wuhan – dove la presenza dell’uomo si lega a quella di specie animali in condizioni igienico-sanitarie precarie – , il ritardo di quasi un mese nel dichiarare al mondo l’esplosione del focolaio di Wuhan, la mancata trasparenza nella cooperazione iniziale con gli altri Paesi, i dati sul numero di contagiati e di morti che ad oggi sembrano essere molto sottodimensionati, l’influenza esercitata sull’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), l’accesso negato a Taiwan all’interno dell’OMS. Tutte caratteristiche che difficilmente sono compatibili con la volontà di conquistarsi una leadership centrale all’interno della famiglia delle nazioni.
Ovviamente la lotta per la leadership non è una partita in solitaria per la Cina. Ciò che conterà, oltre alla sua volontà e capacità di affermarsi nel contesto internazionale, saranno le azioni degli altri attori in campo.
In primis, gli Stati Uniti. Gli Usa sembrano portare avanti un’azione politica poco determinata e chiara. L’attuale Presidenza, ad oggi, sembra oscillare tra forme di nuovo isolazionismo e una incerta volontà di spartizione del fardello di potenza egemone unilaterale, anche solo per dare concretezza a quel famoso “America First” in vista delle prossime elezioni. I massimi accenni di manovra politica sono andati, al momento, dal soprannominare il Coronavirus “virus cinese” e dal ritirare i finanziamenti all’OMS, al dichiarare l’esistenza di prove riguardo la provenienza del virus Covid-19 da un laboratorio di Wuhan. Azioni dotate di una forte carica simbolica ma che tuttavia non sembrano all’altezza di una potenza architrave dell’ordine internazionale in un momento di gravissima crisi sanitaria, economica e sociale per tutto il mondo.
E poi c’è l’Unione Europea. Unione che senza una posizione forte rischia di rimanere schiacciata nel confronto fra i due Giganti. Una posizione che però, ad oggi, sembra davvero complicata sia per la struttura stessa dell’UE sia per le differenze, esasperate dalla pandemia, fra gli Stati Membri in termini di interessi nazionali, nonostante il lieve ottimismo generato dagli ultimi accordi in seno al Consiglio Europeo.
In conclusione, dunque, la pandemia sembra aver rilanciato la sfida portata dalla Cina agli Usa. Un rilancio che tuttavia appare in parte limitato dalla stessa capacità cinese di strutturarsi come leader globale in un momento così complesso, considerando anche gli sconvolgimenti portati dalla crisi sul commercio mondiale e sulla stabilità economica e sociale interna di questo Paese. Tuttavia occorre sottolineare un dato ulteriore. Tra tutti i punti di forza e di debolezza posseduti dalla Cina ad oggi, il vantaggio che può metterla un passo avanti agli altri in questa corsa alla leadership globale sembra essere la chiarezza del suo obiettivo, la volontà di giocare un ruolo di primissimo piano tra le potenze mondiali e la capacità di adattare il proprio percorso ad essa. Una volontà che non sembra ritrovarsi tra gli altri stati: né negli Stati Uniti, che sembrano sempre più confusi sull’esercizio del loro ruolo internazionale, né tantomeno nell’Unione Europea. Vedremo se le altre potenze riusciranno alla lunga a tenere il passo (e a tenerlo in tempo), oppure se sarà la tigre cinese a guadagnare ancora terreno. In attesa del grande balzo.

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